Rocchetta Nervina la mietitura Rocchetta Nervina la mietitura

Capitolo 1 > Piccola Odissea Partigiana

Libro e moschetto,
fascista perfetto

È l’aratro che traccia il solco,
ma è la spada che lo difende.

Credere, obbedire, combattere.

Il Libro di lettura della II elementare di quest’anno, siamo nel 1943, è lo stesso su cui ha studiato mia sorella tre anni fa.
Io ne vorrei uno nuovo, ma devo accontentarmi di quello un pò sgualcito e macchiato. Dopo tutto, ben foderato con venti centesimi di carta colorata, fa ancora bella figura. E poi adesso è tutto mio.
L’ho già letto tutto ancora prima di andare a scuola. Le poche figure in bianco e nero hanno un sapore tutto speciale ed io le osservo, sognando.
Insieme al sussidiario è l’unico ponte che mi collega con il grande mondo sconosciuto, affascinante e tanto lontano dal mio piccolo mondo, quello del mio paese.

Parla molto del nostro Duce.
Ma è giusto che sia così, perchè tutti ne parlano e tutti lo acclamano.
Io non sono ancora figlio della lupa ma presto lo diventerò. Poi diventerò balilla e poi avanguardista.
Il saluto al Duce lo so fare molto bene già adesso e, quando incontro la signora maestra, la saluto fieramente con il braccio disteso verso l’alto e la mano tesa.
C’è anche un’altra autorità che bisogna salutare con il saluto fascista ed è il Podestà del Comune.
È un signore piccolino, con la caschetta marsigliese in testa. Ha la faccia schiacciata e tutta storta da una parte. La prima volta che ho sentito parlare di Al Capone, ho subito detto che io lo conoscevo, che quand’ero piccolo abitava al mio paese.

Per noi ragazzi è un gioco bellissimo. Ci sentiamo tutti dei piccoli eroi, desiderosi di combattere per il Duce e per il Re. Non siamo pecore ma leoni perchè sappiamo che

è meglio un giorno da leone,
che cento da pecora.

L’ideale di Patria illumina i nostri occhi incantati. Il nostro futuro è quello glorioso dell’Italia e dell’Impero. Le aule eccheggiano di inni patriottici e fascisti.

La Rosa di Pierino ha parecchi 78 giri con le canzoni del Duce e li fa suonare sul grammofono che si carica con la manovella. A me piace tanto far suonare faccetta nera piccola abissina.

Anche a scuola è bello perchè non si sta sempre al chiuso come una volta. A un certo punto si esce sullla piazza e si fa ginnastica, si marcia e si gioca.
Poi arriva un signore che è stato mandato dal Duce e che porta una grossa cesta sulle spalle. La posa su di un muricciolo e la signora maestra inizia la distribuzione dei panini croccanti e profumati con dentro la marmellata; uno per ogni bambino. E non si paga nulla. È così bello che non sembra vero: sì, un panino con la marmellata in regalo.

Quant’è buono il Duce. Egli pensa anche a noi in questo piccolo paesetto di un migliaio di persone. Sperduto in questo fondo valle dell’entroterra ligure. Ma come fa a conoscerci? Chissà! I grandi dicono che finalmente è arrivato qualcuno che fa qualcosa di buono per la povera gente, che fa le cose giuste, che ci fa sentire fieri di essere italiani. Ci voleva un uomo forte e coraggioso alla guida dell’Italia. Viva il Duce ! Ehia, ehia, alalà !

Il paese è tutto in effervescenza e vive intensi momenti di esaltazione e di festosità. L’aria che si respira è quella del fascio. Sembra che tutti siano contagiati da questa grande ondata. La povera gente, schiacciata da una vita di duro lavoro nei campi, non facile alle illusioni, finisce per cedere al miraggio del sogno.

E per di più questo Duce è figlio del popolo anch’egli. Anch’egli va nei campi a mietere il grano e con le sue parole meravigliose glorifica il contadino, la terra ed il lavoro dei campi.

Certo che è giusto: l’Italia può bastare a se stessa, se tutti lavorano. Se ogni famiglia pianta un campo di grano, c’è pane per tutti.

Ed è così che anche le fasce (i terrazzamenti tipici dei terreni scoscesi) più lontane dal paese, più disagiate e più impervie, biodeggiano di spighe, si popolano di govoni e, nelle aie polverose, i sacchi si riempiono di grano.

Su di una cosa però non tutti sono d’accordo: l’ammasso. Parola strana con cui si vuole significare che i contadini devono versare il grano nei pubblici granai.

E non è il solo motivo di malumore e di dissenso. Ce ne sono altri. E tanti altri si aggiungeranno con il passare del tempo.

(tratto dal racconto Piccola odissea partigiana di Enrico Carabalona)

Leggi il seguito > capitolo 2

2 thoughts on “Capitolo 1 > Piccola Odissea Partigiana”

  1. Complimenti alla redazione! Certo questi articoli danno motivo di esistere per questa piccola redazione….ma soprattutto complimenti ad Enrico per il personale diario che ci ha voluto regalare… leggendolo mi ha permesso di immedesimarmi in,un passato sconosciuto..
    aspetto con curiosità il seguito….

    1. Grazie Anselma per il sostegno… speriamo davvero di condividere con il nostro pubblico belle storie di ieri e di oggi.

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