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Capitolo 3 > Piccola odissea partigiana

segue da capitolo 2 > Piccola odissea partigiana
di Enrico Carabalona

La tensione sale sempre più. Gli oppositori del regime fascista passano all’azione diretta, all’impegno incondizionato, alla lotta armata contro il nazifascismo. Si sente parlare di “ribelli”. Alcuni li chiamano “patrioti” ed altri ancora li chiamano “partigiani”. Sono  giovani che si danno alla macchia, che si rifiutano di combattere nell’esercito regolare e che impugnano le armi, inneggiando alla libertà, che cercano di oganizzarsi per resistere all’oppressore ed all’invasore.

Nella mia testolina c’è la solita confusione. Quando chiedo spiegazioni, la risposta è sempre la stessa: è così, è la guerra, ragazzo mio, è terribile, cosa vuoi capire! “Ma i nemici chi sono, sono i francesi o i tedeschi?” “Bisogna stare col Duce o con i ribelli?” La risposta alle mie domande non risolve il problema: “stai con chi vuoi, basta che salvi la pelle!”

Il piccolo fazzoletto di cielo che sovrasta il paese è spesso attraversato da aerei. Io conosco i bombardieri perché sono più scuri, alcuni di essi hanno la coda doppia, ma chi è che li pilota? sono i tedeschi o i francesi o gli inglesi? E la cicogna che gira lenta ronzando ore e ore in perlustrazione cosa sta cercando? e chi è che ci sta spiando da lassù?

Le bombe non tardano a cadere anche sul paese. Sono lanciate da aerei che non riescono però a centrare il paese, in quanto le montagne non consentono il portarsi a quote utili per un lancio preciso. Le più precise e devastanti piombano sul paese senza nessun preavviso. Vengono dal mare, sparate dalle navi cannonieree. Il panico è grande, la popolazione passa giorni e notti rintanata negli improvvisati rifugi. Ma i danni sono irrilevanto e non ci sono morti. I muri in pietra resistono bene alla forza delle esplosioni. Anche le campagne sono piene  di voragini scavate dalle bombe, di alberi d’ulivo squarciati, di schegge, di granate inesplose.

Le voci di un prossimo arrivo dei tedeschi nel paese si fanno sempre più insistenti. Io non ci credo che vengano, perché mi sembra troppo strano che partano da così lontano per venire in un paese così insignificante come il mio. Ma, se vengono, cosa bisogna fare, come bisogna comportarsi con loro? C’è chi è pronto ad impedire ad ogni costo la loro entrata nel paese. C’è chi si rassegna a riceverli per non correre rischi più gravi. E c’è anche chi è pronto a riceverli a braccia aperte per collaborare con loro, per poter prendersi rivincite e compiere vendette.

L’opinione dominante è però quella dell’ostilitá. I più decisi si organizzano per dissuaderli senza ucciderli, dando loro un chiaro avvertimento. Lasciano avvicinare la colonna in marcia verso il paese e all’ultimo momento fanno brillare le mine sotto il naso dei tedeschi, facendo crollare il ponte che è l’unica via di accesso.

Il primo tentativo è fallito e si ritirano. Ma non rinunciano. Ritentano alcuni giorni dopo con forze e mezzi rilevanti. Giungono al ponte demolito, lo riattivano con travi metalliche e lo oltrepassano. Sono ormai alle porte del paese, quando improvviso inizia il crepitio delle mitragliatrici appostate sui roccioni e tra gli uliveti soprastanti. È una vera strage. I tedeschi, colti di sorpresa, accennano appena una timida risposta al fuoco, ma capiscono subito che non c’è nulla da fare, che sono caduti in una mortale imboscata. Cessa il fuoco. I partigiani si disperdono nelle campagne. I pochi superstiti tedeschi raccolgono morti e feriti caricandoli su alcuni camions e si ritirano abbandonando sul posto parecchi automezzi. Il giorno dopo c’è chi inneggia alla vittoria, ma sono ben pochi. I più si rendono conto che la gravità dell’accaduto porterà conseguenze tragiche. La gente sa bene che che i partigiani, sparpagliati per le montagne, scarsamente armati, pochi e male organizzati, anche se favoriti dall’ambiente, non possono resistere a lungo ad un attacco massiccio delle truppe tedesche. Sono molti quelli che condannano l’azione dei partigiani, perché le loro azioni isolate fatte di imboscate e fughe ottengono il solo effetto di scatenare le ire dei tedeschi che si sfogano poi sulla popolazione inerme.

Io, il mattino presto, come al solito, vado in campagna e finisco con lo scoprire la piazzuola che aveva servito di base ai partigiani per la sparatoria. C’è una quantità enorme di bossoli di mitragliatrice Breda, tutti belli luccicanti. Vorrei prenderli tutti. Mi riempio le tasche, poi riempio il cavagno (cesto per le olive) e cerco un nascondiglio sotto una roccia dove lasciarle in deposito. È la bellezza del metallo, la avidità di giocattoli allora inesistenti, ma ancor di più l’utilizzo che ne farò, che rende eccitante la scoperta e la raccolta. Ne farò infatti delle bombe alla balestite: riempirò il bossolo di balestite, schiaccerò poi il colletto del bossolo stesso lasciando uscire una striscetta di polvere esplosiva, preparerò quindi il “cammino” con altre strisce che funzioneranno da miccia, accenderò infine la miccia e correrò al riparo finché la bomba esploderà sminuzzandosi in un’infinità di piccole schegge.

segue Capitolo 4 > Piccola odissea Partigiana

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