Capitolo 4 > Piccola odissea partigiana

segue da Capitolo 3 > Piccola odissea partigiana
di Enrico Carabalona

Il momento temuto arriva. Il terzo tentivo dei tedeschi è ad ampio respiro. Questa volta piombano sul paese dopo aver rastrellato in un vasissimo raggio tutte le montagne circostanti. È un accerchiamento vero e proprio, con spiegamento di ingenti forze. Il loro compito nelle zone montagnose aspre e impervie è improbo, ma è facilitato dagli informatori locali che li accompagnano.

Nella circostanza io mi trovo in montagna, alla malga della “Fascia Sagrà”, che, in italiano, vuol dire campo sacro. È un grande campo erboso in un catino, attraversato nel suo centro da una polverosa strada militare, circondato da bellissime collinette di abeti e pini, percorso da una fitta e tormentata rete di trincee. I grandi mi dicono che sul campo è stata combattuta una battaglia con tantissimi morti. Io non riesco a capire quando e contro chi si è combattuto, peró deve essere vero perché ho trovato delle ossa di scheletro umano.

Il mattino presto quando porto le mucche al pascolo la fascia è accarezzata da soffici batuffoli di nebbia ed assume un aspetto davvero misterioso. È pervasa di un intenso profumo di muschio, di funghi, di resina. Gli scarponcelli chiodati sono  bagnati dalla rugiada e io mi inebrio di gioia alla vista dei meravigliosi porcini che fanno capolino numerosissimi. Io li raccolgo e li ammucchio sotto le basse falde di un abete. Poi manderò mio fratellino grande, col grande cesto, per portarli alla malga. C’è da dire che mio papà ha l’esclusiva per la raccolta dei funghi e nessuno può raccogliere i funghi nella zona al di fuori di noi.

Ci sono anche praticelli di neri brighignui, cioè di mirtilli e dietro una collinetta c’è un posto a forma di anfiteatro, che è una vera foresta di lamponi.
Tutto è bello, è un mondo di sogno.
Ma io sono solo, mi manca un amico, e sogno una palla una semplice pallina che non ho. Per fortuna che ho un temperino. Speriamo proprio di non perderlo. Il guaio è che i miei pantaloncini in questo momento non hanno tasche. Nel confezionarli mia mamma ha accoppiato due pezze di resistente fustagno, tralasciando ogni fronzolo superfluo. Ma almeno le tasche poteva farle; non sa quanto sono importanti per un ragazzo!

La malga è costituita da un vasto spiazzo circolare a cielo aperto delimitato da muretti a secco in pietra che si alternano a lunghi tronchi di abete sorretti dai muretti stessi. Al limitare c’è una costruzione, anch’essa in pietra a secco, sulla cui facciata si apre una sola piccola finestra. Viene adibita all’attività casearia nella parte sottostante, che porta annessa una tettoia con folari e caldaie coperta da lamiere zincate, e a dormitorio nella parte superiore.

La vasteria, cioè il recinto, ospita una ottantina di mucche, che io conosco individualmente. Molte hanno un nome, alcune il campanaccio al collo.

Il mio compito è quello del pascolo. So anche mungere stando seduto sullo sgabellino che ha una gamba sola, ma combino troppi guai.

In questo momento sono contento, perchè, oltre mio padre c’è mio fratello maggiore. Di mio padre io ho paura, anche se non mi picchia. Con lui non parlo mai perchè non so mai cosa dire, e, anche se dico qualcosa, o non mi risponde o si arrabbia. Con mio fratello invece è diverso. Con lui posso parlare e talvolta anche giocare. È in età da partigiano, ma non è armato e non è un combattente, anche se conosce molto bene i fucili. Simpatizza coi i partigiani, ma non lo dice a tutti, perchè il papà della sua ragazza, che è di Sanremo, è un cosidetto “gerarca” fascista. Dice che, se è vero che ha la tessera, è scomunicato! e se viene a saperlo la mamma, lo caccia di casa.

Alla malga si occupa della mungitura e della lavorazione del latte, dando un colpo di mano a mio padre. Pensa anche, quando c’è, ad accudire ai porci e al mulo, come pure a lotivare gli orti da cui si ricavano patate, pomodori ed ortaggi in genere. Al pascolo per lo più vado da solo, ma qualche volta viene anche lui. L’altra notte è venuto a cercarmi, perchè gli facevo troppa pena e aveva paura che mi fossi perso o mi fossi fatto male. Era successo che al conteggio, nel momento del rientro al recinto, risultava mancante una mucca. Ero perciò partito alla ricerca. Il calare delle tenebre aveva reso difficile e vana la mia ricerca ed io non osavo più rientrare alla malga per paura.

I partigiani sono accampati in Suan ed a Verrandi. Sono alloggiati in casermette di legno, bellissime. Fanno parte del complesso militare dell’esercito regolare, ma al momento sono abbandonate intatte con brabde e cucine attrezzate. Sono sopraelevate rispetto al suolo e sotto ci si può nascondere e girare, ma da solo certamente non c’è gusto. A camminarci dentro con i miei scarponi con le brocche (chiodi) si fa un frastuono assordante. Sul tetto anch’esso di legno ci sono dei fogli di carta catramata, nera, ruvida, sabbiosa. Quando brucia, fa una fiamma rossa e nera come l’inferno e un fumo denso denso, e poi fa delle colate di pece, ma guai se te ne cade una goccia su una mano! ti fa un buco!

I partigiani si servono di queste casette come luogo di ritrovo e di soggiorno, ma non ci sono sempre. La malga costituisce una fonte di sostentamento e di sopravvivenza. I rifornimenti non sempre sono pagati in moneta. Alcune volte ci danno del pane. L’altro giorno, sullo stradone militare, mentre ero al pascolo, scorgo un grosso fagotto. Incredibile! È un sacco di pane! deve essere caduto da un camion di passaggio. Eccitato lo porto alla malga. Forse la coscienza spinge alla ricerca del proprietario, ma la fame prende il sopravvento ed ha la meglio. È di una bontà unica!

Io li incontro molto spesso i partigiani. I primi giorni mi facevano paura. Il loro aspetto di guerriglieri spavaldi, con le armi in pugno e le bombe a mano appese alla cintura mi attira e mi piace. Un pò alla volta mi familiarizzo con la loro presenza e ne conosco alcuni che diventano amici. Sul loro conto ho sentito delle cose terribili. Ho sentito una persona alla malga che un giorno raccontava a mio padre che i ribelli sono così feroci da cavare gli occh ai loro nemici prima di ucciderli. Quella persona raccontava che a Taggia i ribelli avevavo riempito un secchio di occhi cavati a fascisti e che li avevano fatti recapitare ai fasisti che si erano nascosti, dicendo ad essi, che nel secchio c’era ancora posto per i loro occhi. Mamma mia, che orrore!
Eppure i miei amici sono gentili e non fanno del male a chi è bravo. Loro combattono contro i tedeschi che vogliono conquistarci e renderci loro schiavi e io trovo che sia giusto.

C’è Volpe. Lui è il capo. Ha la barba rossa. Veste una bellissima tuta mimetica e porta un fazzoletto rosso al collo. È bravo ma ce n’è uno molto più bravo di lui: il suo nome di battaglia è Mira. Ogni volta che mi vede mi da una galletta perchè sa che mi piacciono moltissimo. È simpatico, scherza sempre. Mi ha promesso un Corrire dei Piccoli. Ma chissà quando scenderà a valle! Ha compiuto tante missioni. È stato anche a combatttere in Francia nella valle di Digne. È coraggioso e non ha paura di morire. “Intanto se il destino lo vuole si muore anche pisc… facendo pipì” dice lui e mi racconta del suo migliore amico Franco. Era un gigante buono, un ragazzone gagliardo e bellissimo, un combattente generoso e coraggioso, che aveva rischiato la pelle insieme a lui in cento missioni. Un giorno rientra a casa per vedere i suoi, va ad aiutarli in capagna ad abbracciare gli olivi e non fa più ritorno al nucleo. Cos’è successo?
Mentre è sull’albero più alto del sito agita con vigore la pertica e canta. Ma la sua voce si interrompe di schianto, per sempre ed egli precipita stramazzando al suolo: una scheggia di una bomba vagante, scoppiata a cento metri di distanza, gli aveva squarciato il petto. L’unica bomba caduta nella valle quel giorno l’aveva ucciso.

segue Capitolo 5 > Piccola odissea partigiana
di Enrico Carabalona

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