© Enrico Carabalona

Capitolo 5 > Piccola odissea partigiana

segue da Capitolo 4 > Piccola odissea partigiana
di Enrico Carabalona

Io so anche chi è il capo più alto in grado che comanda tutta la zona. Il suo nome di battaglia è Leo. Conosco anche il suo vero nome perchè è uguale al mio: Carabalona.
È del mio stesso paese, ma non siamo parenti; vive a Sanremo. È naturale che io mi senta fiero del mio nome e che aspiri anch’io a diventare un vero partigiano.

Sono affascinato dalle loro armi e muoio dalla voglia di sparare col fucile. Finora ho sparato un solo colpo. L’ho sparato col fucile da caccia di mio padre, quand’ero piccolo. Il fucile era appoggiato con la canna contro un muro in campagna ed io mi sono messo ad armeggiare sul cane e grilletto, finché il colpo è partito rovesciandomi addosso mezzo muro. Ancora adesso ho il botto nell’orecchio e non ci sento bene.

Qualcuno ha il fucile 91, che spara un colpo alla volta ed ha un caricatore di sei colpi, ma la maggior parte ha il mitra che spara raffiche. L’arma che preferisco è il parabellum: un fucile mitragliatore che ha il calcio metallico pieghevole.

Hanno anche delle mitragliatrici, ma quelle non me le fanno vedere e non riesco mai a capire dove le nascondano.

In fatto di armi e munizioni io me ne intendo. Anch’io ho la mia polveriera segreta con dentro una mitraglia enorme che sembra un cannone.

Un giorno confido il mio segreto a Mira, il quale sorride incredulo e mi prende in giro. Alla fine però, sorpreso dalle mie insistenze, si lascia convicere a seguirmi. Ce n’è voluto per convicerlo perchè è sicuro di avere esplorato tutti i fortini. Effettivamente li conosce tutti tranne uno che è impossibile scoprire. Io l’ho scoperto per caso. Ho notato alcuni sfiatatoi tra le rocce. Incuriosito, inizio la ricerca.
Osservando attentamente la conformazione della zona e la disposizione dei caminetti di sfiato, è logico pensare di trovarsi sopra un fortino di grosse dimensioni. Non può trattarsi di un passaggio in galleria. Ma da quale entrata è servito? L’esplorazione continua per tanto tempo, senza esito. Ma io non mi do pace. E un bel giorno scopro che il fortino non solo è mimetizzato, ma che le sue feritoie e il cunicolo che conduce alla porta blindata di accesso sono stati riempiti di terra. È naturale pensare che si tratti di un deposito o di una polveriera. L’ipotesi è avvalorata dal fatto che non lontano da quel punto, insieme a mio fratello, avevamo già trovato un deposito, già aperto, ma ancora pieno di materiali e viveri. Noi avevamo preso soltanto una grossa quantità di scatolette di carne che avevamo sotterrato in un campo. Avevamo preso anche un generatore di corrente. Era pesantissimo e l’avevamo portato alla malga, caricandolo su una slitta trainata da un mulo. Ora è sotto un mucchio di fieno, e, quando ritornerà la pace, lo tireremo fuori, prenderemo la benzina e fabbricheremo l’elettricità e avremo la luce. Ho una voglia matta di vedere com’è fatto. L’altro giorno mi sono infilato nel pagliaio ma non sono riuscito ad aprire l’involucro metallico che lo racchiude e ho anche rischiato di restare soffocato sotto il fieno.

Una volta eliminato il muretto a secco ricoperto di muschio, eretto davanti alla feritoia, raggiungo l’apertura e, come faccio di solito in tali circostanze, introduco la mia fiaccola di pino resinoso. Sì, è davvero una polveriera. Riesco a vedere una mitragliatrice Browning, con la canna traforata da grossi buchi tondi che le conferiscono un aspetto terrificante ed il nastro con i micidiali proiettili che sembrano bombe di cannone. Vedo poi un mucchio di casse e cassette verde scuro, tutte ben in ordine, accatastate. Corro eccitatissimo a dare la notizia a mio fratello. Vorremmo far saltare la porta blindata con dell’esplosivo, ma rinunciamo.

E adesso io consegno la polveriera ai partigiani. Mira ha capito subito l’importanza della scoperta. Vuol subito sapere a chi ho svelato il segreto. Mi abbraccia dalla gioia e mi dice che merito una medaglia. Mi sento un eroe, sono il più felice del mondo.

Il giorno dopo i partigiani aprono la polveriera e si impossessano del materiale contenuto. Vengono da mio padre a ringraziare, assicurando protezione e ricompensa dopo la vittoria. Nella notte che segue, silenziosa e misteriosa come tutte le notti in montagna, quando ormai il canto assordante dei grilli è cessato lasciando uno strisciante sibilo negli orecchi, si ode l’eco del canto partigiano “Fischia il vento, soffia la bufera…” Evidentemente questa sera gli amici non hanno bevuto il solito latte della malga, ma del buon rosso.

Alcuni giorni dopo sono al pascolo ai “Verandi” dove i piccin comandano ai grandi (così dice mio fratello lasciandosi comandare). Sono solo, in un grande spazio erboso, non distante dalle baracche, dove spesso alloggiano i partigiani, da parecchi giorni però essi sono spariti. Alcune mucche pascolano, ma la maggior parte si è rifugiata sotto gli abeti vicini per difendersi dal caldo e dai fastidiosi tafani. Ho in mano l’inseparabile bastone e mi diverto a fare esplodere le polverose palle di leone giunte a maturazione piene di spore. Un aereo sorvola la zona piuttosto basso e poi si allontana. Lo osservo e cerco di capire di che nazione è, ma non riesco a scoprirlo. All’improvviso ricompare bassissimo, sorvolando il pianoro nel senso della lunghezza, puntando verso di me. Lo osservo con il cuore in gola, mi sembra che stia precipitando, che mi stia cadendo addosso, che stia andando in fiamme. Stramazzo a terra mi rialzo terrorizzato e mi metto a correre come un forsennato verso le baracche. Faccio appena in tempo ad infilarmi sotto, e l’aereo mi ripiomba addosso mitragliando i tetti delle baracche. Mi ha mitragliato per due volte, quel bastardo! Tutta la mia spavalderia mi ha abbandonato ed ho paura di uscire allo scoperto. È stato tutto talmente inaspettato e fulmineo. Vorrei tornare subito alla malga per raccontare la mia avventura, per trovare un po’ di calore e di coraggio. Ma l’ora del rientro è ancora lontana. E così, col passare del tempo, pensando e ripensando, l’esaltazione si spegne, subentra la malinconia ed infine la tristezza amara e desolata. “Ma intanto, cosa importa, nessuno mi crederà, come al solito. Era meglio che l’aereo mi avesse colpito, così qualcuno sarebbe venuto a cercarmi, qualcuno si sarebbe accorto di me e avrebbe pianto per me.” Farneticazioni di un ragazzo solo, troppo solo!

Niente cambia. Anche oggi, tascapane a tracolla e bastone in mano! Si va ai pascoli di “Pegairore“. La località mi è simpatica. Anche lì ci sono fortini da esplorare, reticolati, cavalli di frisia. Ci sono le casematte sotto strada con dentro suppellettili varie abbandonate. C’è pure una cisterna in cemento che ha un acqua freschissima e ci sono pure tanti lamponi. Se poi ho troppo caldo o troppa fame o troppo sonno, me ne vado sotto il grande tiglio e mi faccio una saporitissima dormita. Intanto per le mucche non ci sono pericoli e da quel pascolo non si allontanano perché c’è dell’erba buonissima.

Sospingono le mucche lungo la polverosa strada camionabile, giungo nella località predestinata, le mucche si spargono nel grande prato ed io salgo su di una collinetta da cui posso dominare a giro d’orizzonte verso cima Marta e Turage. Mi accingo insomma a trascorrere una giornata come tante altre.

All’improvviso il cuore mi balza in gola. Cosa vedo, là sul dorsale di cima Marta? Una lunga colonna di persone e di muli sta avanzando, sembra che ci siano anche delle mucche. Capisco subito che non sono partigiani, che sono tedeschi. Lo si capisce dalle divise, dal loro modo di procedere. Sono tanti, sono almeno una cinquantina. Sono tutti armati, i muli sono carichi. Ce ne sono tre che marciano legati da una corda.

Cosa fare? Aspettarli e d affrontarli da solo? No, è meglio rientrare e metter la situazione in mano a mio padre. Inizia così la furibonda ritirata per far rientrare al recinto quelle povere bestie, che non troveranno mai una risposta al perché quest’oggi devono rientrare tanto frettolosamente a pancia vuota.

Finalmente sono tutte rientrate! Mio padre predispone tutto per il ricevimento (si va per dire). Mio fratello, pur non essendo un partigiano combattente, preferisce mettersi in salvo imboscandosi nell’impenetrabile monte Albano. Nell’attesa il tempo sembra essersi fermato. Poi eccoli apparire. Scendono dal pianoro verso il casolare. Si fa avanti il comandante, entra sotto la tettoia di lamiera dove fumano le grosse caldaie della ricotta.  Mio padre gli si fa incontro deciso, lo saluta. Poi gli toglie con decisione il fucile dalla spalla e lo piazza per terra appoggiato al muro, facendogli capire che egli si trovava tra amici. Gli fa capire che possono prendere tutto quello che vogliono: burro, latte, formaggio, ricotta, ma non le mucche perché quelle non sono le sue. Frattanto altri militari sono entrati e, nella confusione, iniziano a fare bottino. Il comandante interrompe bruscamente il saccheggio, ordinando ai suoi uomini di sistemarsi di fronte al casolare a venti metri di distanza sul prato, di ordinare quello che vogliono e saranno serviti. Inizia la staffetta, avanti indietro, mia e di alcuni militari, per servire i signori tedeschi tranquillamente sdraiati sull’erba.

Le cose hanno preso il senso giusto, ma quella mitragliatrice punta verso il casolare, non ispira certo simpatia. Si teme un’azione armata dei partigiani che ci coinvolgerebbe nel fuoco. Grazie al cielo, però tutto scorre liscio senza incidenti. Il casolare resta completamente svuotato, ma le mucche nel recinto non sono state toccate.

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di Enrico Carabalona

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