Capitolo 6 > Piccola odissea partigiana

Finalmente si mettono in movimento, imboccando il sentiero che va in direzione del paese. Poco sotto ci sono i campi di Gion. Sono campi di fieno con qualche albero da frutta ed un casolare. C’è anche una caserma della Guardia di Finanza, ma al momento è deserta. Il casolare invece è abitato dal mio amico Terzilio, dai suoi genitori e dal fratello Filiberto, che è in età da partigiano. Ho conosciuto poi dopo la triste sorte toccata al giovane, preso in ostaggio, malmenato e miracolosamente sopravvissuto.

Anche le mucche hanno avuto una giornata difficile.
Per sfamarle le faccio uscire e le indirizzo verso il pascolo più vicino. Salgo quindi sul monte Albano per avvisare mio fratello che i tedeschi sono partiti e che può scendere. Giunto in prossimità sto per mettermi a gridare il suo nome, ma per fortuna il richiamo mi si blocca in gola. Anche il sangue mi si gela nelle vene alla vista di un tedesco che sta raccogliendo delle ciliegie selvatiche. È una retroguardia! Ora prego in cuor mio che mio fratello stia ancora bene, acquattato nel suo nascondiglio, non distante da lì. Tutto finisce bene.

Il giorno che segue si sentono numerose sparatorie verso la valle. Il giorno dopo ancora le sparatorie sono più frequenti e più nutrite. Il terzo giorno è una battaglia continua, incessante. Oltre al crepitio delle armi leggere, sono frequenti i colpi di artiglieria.

Il quarto giorno mio padre mi chiama e mi dice: “Enrico, tu sei un ragazzo e se ti prendono non ti fanno niente. Vai a vedere cosa è successo al paese. Aspetto che tu ritorni con delle buone notizie. Prendi questo strofinaccio bianco, se ti danno l’ALT, non scappare, ti fermi e sventoli lo strofinaccio. Prendi il tascapane, ti metto dentro un biglietto per tua madre. Passa per il sentiero di Gion, Inifigali, Ariveire, Caruscia. Vedrai che tutto andrà bene, ciao. Vai!”

Fronte alta, petto gonfio di fierezza e di gioia, mi avvio. Finalmente hanno capito che ci sono anch’io e che posso fare grandi cose. Andare dalla malga al paese non è impresa da poco. Ci vogliono quattro ore di cammino ed i sentieri non sono dei più agevoli. Chiamo perciò a raccolta tutto il mio coraggio, le mie energie. Cerco di ricordarmi i sentieri che non avevo mai pensato di dovere percorrere da solo. Devo assolutamente imboccarli giusti altrimenti mi perdo e chissà dove vado a finire. Attraverso i primi boschi fitti di alberi ad alto fusto, scendo poi la ripa del salto attraverso la strada militare, ne percorro un tratto e poi l’abbandono per riprendere il sentiero verso valle. Sono ormai un po più allo scoperto, la vegetazione si dirada, passo accanto alla frana bianca, incontro le prime campagne. Giungo al casolare del gelso e mi vien voglia di fermarmi a mangiare due more, ma la mia missione esige che io continui. Attraverso il torrente ma non mi soffermo ad osservare le vivacissime e inafferrabili trote. Incomincio a sentirmi un po più sollevato. Ormai penso davvero di farcela. Sto attraversando zone sempre più coltivate. Incontro le prime persone che, vedendomi solo, mi chiedono dove vado. Le vedo scuotere la testa. Mi avvicino sempre più al paese ed incontro sempre più gente. Son meravigliato perché vedo gente, non soltanto nei casolari, ma per il sentiero, in ogni angolo un pò riparato. Ci sono madri con i bambini accovacciate su giacigli, vecchi che portano coperte e materassi sulle spalle. Tutti cercano di fermarmi. Mi dicono che il paese è evacuato, che sicuramente non troverò più nessuno, che è troppo pericoloso voler entrare nel paese adesso. Io chiedo notizie dei miei, ma nessuno sa dirmi nulla. No, devo continuare, devo portare a compimento la mia missione, devo sapere come stanno mia madre, le mie due sorelle e il fratello più piccolo, devo sapere dove sono e poi devo rientrare alla malga. E così continuo. Sono alla cappelletta di Santo Stefano, alle porte del paese. C’è una strana calma. Le ultime persone stanno lasciando le loro case, senza parlare, muovendosi rapidamente come dei ladri. Vado a casa: c’è ancora mia mamma e mia sorella maggiore. Il fratello piccolo e l’altra sorella sono già andati via. Li sorprendo con i fagotti, mentre stanno ormai chiudendo la porta di casa. Un abbraccio concitato e festoso. Consegno a mia madre il bigliettino che mi era stato affidato. Lei lo legge , e lo posa sul tavolo di cucina.

Senza perdere più tempo si parte con destinazione in I Abai. Si prende lungo il torrente verso monte, poi lungo un canale irriguo, poi nuovamente lungo il torrente. Ci si inerpica su per uno scosceso pendio, si percorre un lungo tratto a strapiombo, su una paurosa forra dove una volta è caduta una ragazza che è stata ripescata morta sotto il ponte del paese. Si scende infine sul greto del fiume. Si è una ventina di persone in un posto angusto, accanto all’acqua che, tra rapide e cascate, con fragore assordante, precipita a valle.

Per due giorni e due notti si bivacca in quel luogo infernale. Mia sorella maggiore ha la pancia squarciata da una operazione all’appendice. È dovuta scappare dall’Ospedale di Ventimiglia distrutto dalle bombe. Mia mamma la cura facendola sdraiare su quei lastroni di pietra bagnata come fossero dei morbidi materassi.

Sulle nostre teste si spara. Il rimbombo dei colpi è ancora più pauroso tra gli anfratti di quella forra. Non mi piace quel posto, io preferirei vedere, essere allo scoperto. Mi sembra invece di essere sepolto. Ho paura che da un momento all’altro una bomba cada dentro uccidendoci tutti.

Finalmente il fuoco cessa. Ci si mette in cammino per rientrare nel paese, verso le proprie case, per ritrovare le cose care. Si spera nonostante tutto; chissà, forse qualcosa si è salvato!
L’odore del fumo si fa sempre più acre, fino a diventare insopportabile. Tutto il paese è stato dato alle fiamme. Case senza tetto, tronconi fumanti di travi, aperture senza più finestre, muri crollati: è uno spettacolo di desolazione e morte. Si passa in un vicolo dove sta fumando una montagna di grano. Miracolo! la mia casa è stata risparmiata, intatta e povera come prima.

Segue Capitolo 7 > Piccola odissea partigiana
di Enrico Carabalona

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