Capitolo 7 > Piccola odissea partigiana

Segue da Capitolo 6 > Piccola odissea partigiana
di Enrico Carabalona

Dicono che è meglio andare in campagna perché si può sopravvivere meglio, si avranno meno problemi con i tedeschi che verranno a installarsi nel paese. Si parte perciò per Pairö. È una campagna molto simpatica. Si trova a tre quarti d’ora di strada dal paese, c’è un casolare attrezzato per il soggiorno estivo, c’è un pozzo dove si può fare il bagno, c’è una fontana con l’acqua molto fresca e si può scorrazzare con i piedi scalzi innaffiando gli orti con il canaletto che porta l’acqua dal ruscello.

Ma la mia missione non è ancora compiuta per intero: dovrei rientrare alla malga e portare notizie a mio padre. Mia madre però non mi lascia più partire. Nel frattempo mio padre, non vedendomi più rientrare, preoccupato, nottetempo scende al paese, attinge informazioni, si tranquillizza vedendo il bigliettino che lui mi aveva affidato e rientra alla malga.

E l’odissea continua.
Pattuglie di tedeschi compiono perlustrazioni continue nelle campagne alla ricerca di cibo ed alla caccia dei pericolosi partigiani. Spesso ci lascian la vita persone tranquille, tradite dalla paura. Penso sia stato questo il caso del giovane del casolare vicino al nostro. È un ragazzo un po’ semplice, buono come il pane e non è assolutamente partigiano combattente. Da alcuni giorni è scomparso. Tutti quanti lo abbiamo cercato, poi abbiamo pensato che fosse partito per rifugiarsi in un’altra campagna! E invece no, il poveretto è stato ucciso sul colle, tra i pini, pochi metri al di sopra del sentiero che porta al paese. È stato il tanfo del suo corpo in decomposizione che ce lo ha fatto scoprire. Talvolta quando rientro al paese e passo in quel punto, da solo, all’imbrunire, vedo la sua ombra vagante, tra le ombre dei pini e, per vincere la paura, procedo fischiettando e cantando. Ce la metto tutta per soffocare la voglia di mettermi a correre.

L’altro giorno sono venuti in due, i tedeschi, al casolare. Sono stati gentili. Gli abbiamo offerto da bere il buon vino ed essi ci hanno offerto un grosso pagnottone a forma di parallelepipedo. Poi è venuto fuori anche del formaggio ed è stato uno spuntino italo-tedesco.
Sul più bello la mucca Gaia, che era legata in un anfratto della roccia nel greto del ruscello che scorreva nella vallata sottostante, si è messa a muggire. Apriti o cielo! Siam fritti! I due tedeschi capiscono il dramma scolpito nei nostri volti, sorridono e non ci portano via il prezioso animale. Forse se avessero saputo che le mucche erano quattro che ne avrebbero prese almeno tre!

Io dovrei rientrare alla malga in montagna, ma adesso che ho con me anche il mio amico gatto, mi dispiace partire. E non è che possa portarmelo. Quando l’ho ritrovato ho pianto. È una nimale davvero eccezionale, affettuoso più di un cane. Era rimasto solo al paese. Non vedendoci più, si è messo in cammino ed è venuto da noi alla campagna, percorrendo chilometri di strada tra montagne e valli. Come abbia potuto ritrovarci resta un mistero. Quando l’ho sentito miagolare sull’aia, me lo son preso tra le braccia, piangendo.

Ulivi, viti, alberi da frutta, orti, piccoli appezzamenti di terreno con nel cuore una casetta. È un paesaggio che parla di pace. Ma la pace non c’è. Chissà perchè, chissà da dove, ma anche qui arrivano le bombe. Il nostro vicino si è costruito un rifugio, ma è stretto e se ci cade una bomba sopra crolla, seppellendo tutti. Io non ci vado mai quando bombardano. Preferisco restare dietro i muri del casolare, accovacciato.
Arriva un giorno d’inferno: è una vera pioggia di bombe di cui non si riesce a capire la provenienza. Mio fratello vuole andare a tutti i costi nel ruscello e ci si mette in una specie di grotta. Però quel posto non mi ispira fiducia ed insisto finchè convinco mio fratello a cambiare rifugio. Si scappa di corsa, si scende pochi metri più in basso e ci si infila in un buco sotto un enorme masso. Giusto il tempo di accucciarsi, quando una deflagrazione di inaudita potenza sconquassa ogni cosa. Una valanga di terra si rovescia addosso al masso e davanti a noi. Siamo quasi sepolti, ma siamo salvi. Mio fratello, poverino, con gli occhi sbarrati non si ferma più di abbozzare segni di croce e di balbettare “Padre nostro che sei nei cieli…” Io, incosciente come al solito, mi metto a ridere come un matto e mi dico: “Ah! QUesta la devo raccontare!”
Finita la buriana, si esce dal riparo. La prima cosa da fare è quella di vedere dov’è caduta la bomba che ci ha quasi sepolti vivi. La visione è agghiacciante e le gambe cominciano a tremare: la nicchia dove c’eravamo messi prima non esiste più e al suo posto c’è una voragine paurosa! Il gesto di un istante, un’idea fuggente, un esile filo ch ha salvati. Ma quell’esile filo è il filo della nostra vita, tessuta dal destino, nelle mani di Dio.

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